L’ARTE DELLE RELAZIONI
A distanza soltanto di ventiquattro ore dal momento in cui avevo scelto quello che sarebbe stato l’argomento al centro di questo articolo, mi sono imbattuta nel video di uno psicoterapeuta – che apprezzo molto e che seguo già da un po’ di tempo – il quale faceva riferimento all’ Harvard Study of Adult Development: lo studio più longevo mai condotto sulla felicità.
Jung chiamava sincronicità la coincidenza significativa di due o più episodi/eventi che non sono legati tra loro da un rapporto di causa-effetto ma da un nesso di senso. Perché parlo di sincronicità? È presto detto: lo studio dell’ Harvard Medical School of Boston citato dal Dott. Mezzanotte, ha rivelato un risultato fondamentale. Alla domanda su cosa ci renda felici, la quasi totalità degli intervistati non ha risposto la ricchezza, la fama o il successo nel lavoro, bensì le relazioni! Sono le relazioni a renderci felici – non qualsiasi tipo di relazione – ma relazioni di qualità.
Il tema che avevo deciso di approfondire è proprio un aspetto fondante ed imprescindibile delle relazioni interpersonali: la reciprocità. Cosa si intende per reciprocità? Intanto partirò col dire cosa non è. Benché la sua stessa definizione indichi vicendevolezza nello scambio di azioni, beni o emozioni, con un equilibrio nel “dare e ricevere”, nel momento in cui si innesca una dinamica di aspettativa nei confronti dell’altro, che spesso si tramuta in un “mi è dovuto”, non solo in quella relazione non si trova reciprocità, ma la stessa relazione è destinata a venire meno.
Posta questa dovuta premessa, quand’è allora che una relazione si può dire di qualità? In primis quando mi sento libero/a di esprimere me stesso/a e di mostrarmi per come sono perché non mi sento giudicato/a. E, in secondo luogo, quando c’è ascolto. Quando non sono preso/a solo dalle mie esigenze ma sono sinceramente interessato/a al mondo dell’altro. Credo, onestamente, che saper ascoltare sia un’eccezionale virtù, perché significa sapersi ritirare ed essere capaci di creare uno spazio, un’area psicologica, in cui l’altro – potendosi manifestare in piena libertà – percepisce un riconoscimento di valore, lontano da ogni sorta di etichettamento o maschera sociale. Ed è qui che entra in gioco anche la reciprocità: un darsi-dirsi a vicenda che non utilizza un parametro di quantità, soppesando quanto ho ricevuto rispetto a quanto ho dato, ma che ha soltanto due criteri guida: il piacere e la spontaneità con cui ogni gesto viene compiuto.
Può nascondersi un’insidia dietro l’angolo! Soprattutto nelle relazioni di lunga data, a prescindere da quale sia il tipo di relazione: sia che si tratti di una relazione tra migliori amici, tra soci, partner o familiari. L’insidia è il dare per scontato! E può assumere diverse forme. Intanto cominciamo a credere – per chissà quale ragione – che l’altro ci sarà sempre, anche se è da un pezzo che non stiamo facendo nulla per alimentare la nostra relazione, che, nel frattempo, è diventata unidirezionale. E poi a volte diventiamo avari: di parole, di esternazioni, di riscontri o risposte nelle comunicazioni importanti.
Perché accade? Perché siamo convinti che “tanto lui/lei lo sa”, che “tanto non gli/le interessa” e giungiamo a questa conclusione senza esserci presi il tempo per verificare se sia effettivamente così oppure no.
Lungo il proprio percorso di vita ognuno di noi si ritrova a fare esperienza di fasi trasformative, fasi in cui si lascia alle spalle “versioni precedenti”: vecchie parti di sé che fanno posto ad un nuovo Io. Sono cambi pelle che naturalmente accadono e nella quasi totalità dei casi accadono in modo silenzioso, perché riguardano un processo di introspezione, mentre all’esterno tutto sembra procedere esattamente uguale a prima.
Cosa ha a che vedere questo con la reciprocità? Tutto.. se pensiamo alle relazioni che più contano per noi. Infatti, smette di esserci un reciproco quando ci rapportiamo all’altro non secondo ciò che man mano egli diviene, ma secondo l’idea che di lui/lei ci siamo fatti e che abbiamo cristallizzato, perdendoci così l’attualità e la novità di quelli che comunque chiamiamo migliore amica; amante; fratello; compagno di viaggio.
Quando succede questo non stai più incontrando l’altro in modo autentico e l’altro avrà l’impressione di non essere visto e che tu ti stia relazionando con qualcuno che non esiste più!
Hegel diceva: “Il noto è sconosciuto”, intendendo che le cose che diamo maggiormente per scontate nella vita quotidiana, sono quelle che comprendiamo meno. L’abitudine crea cecità. Quando crediamo di conoscere è proprio lì che smettiamo di vedere.
Allora come si fa per evitare tutto questo? Bisogna imparare a guardare con occhi vergini, ogni giorno e, ahimè non basta capirlo razionalmente per essere capaci di incarnarlo. È un allenamento costante a conoscere di nuovo tutto ciò che abbiamo già visto più volte e che crediamo non possa svelarci più nulla, senza affrettarci a catalogarlo e ad archiviarlo nel cassetto dell’ “ormai questa cosa la so” o “so benissimo lui/lei chi è”.
Lasciarsi meravigliare mantenendo l’entusiasmo primo che ci ha fatto innamorare di qualcosa o qualcuno; entrare in ogni singola esperienza scevri da memorie pregresse, è una delle peculiarità che ci rende umani, distinguendoci da una macchina che – al contrario – incessantemente ripete programmi automatici.
Inoltre, proprio perché nulla rimane immutato, guardare con occhi vergini ci dà la possibilità di mettere in atto una verifica – di volta in volta – di tutto ciò che impattiamo e di chi incontriamo, purché riusciamo a dare ascolto a quello che le nostre sensazioni ci suggeriscono piuttosto che farci guidare da un’immagine mentale precostituita.
Qual è quindi l’esercizio? Dare precedenza alla percezione diretta del corpo – che vive costantemente nel qui ed ora – non permettendo di farci anticipare dalla mente, la quale, invece, è piena di condizionamenti passati e giudizi e che, spesso, proietta delle illusioni.
C’è un ultimo passaggio su cui mi preme soffermarmi, che è quello poi su cui si impernia ogni relazione di valore: la fiducia. Caposaldo nei rapporti umani, la fiducia è quel fattore che ci fa avvertire di poter condividere con l’altro ogni nostra vulnerabilità, senza imbarazzi o inibizioni, perché sentiamo di muoverci in una zona franca, di essere approdati in un porto sicuro.
E come si fa a mantenerla viva? Senza dubbio, attraverso la coerenza: che non si può simulare; che non sta dentro un concetto e che non può essere intermittente. Spesso viene confusa con il non dover mai cambiare idea, mentre coerenza è “semplicemente” agire in linea con il proprio Sé più autentico.
Siamo coerenti nelle relazioni per noi più importanti quando manteniamo le promesse fatte; quando non siamo mancanti; quando non raccontiamo sciocche e inutili bugie; quando non veniamo meno alla parola data.
Infine, c’è l’aspetto più potente di tutti – a mio modo di vedere – quello che definirei quasi regale: la coerenza tra ciò che si dice e i propri comportamenti. In base alle neuroscienze, quando il linguaggio non è coerente con l’esperienza concreta, la mente riduce automaticamente il livello di affidabilità attribuito a quella fonte.
Questa perdita di credibilità non solo influenza la qualità della relazione, ma avrà un impatto su tutto ciò che verrà detto dopo. Se la discrepanza tra quanto si dice e il proprio modo di agire sistematicamente si ripete, ne va da sé che la fiducia verrà spezzata e, da lì in poi, sarà difficilissimo ricostruirla.





