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  • L’ARTE DELLE RELAZIONI

    L’ARTE DELLE RELAZIONI

    L’ARTE DELLE RELAZIONI

    A distanza soltanto di ventiquattro ore dal momento in cui avevo scelto quello che sarebbe stato l’argomento al centro di questo articolo, mi sono imbattuta nel video di uno psicoterapeuta – che apprezzo molto e che seguo già da un po’ di tempo – il quale faceva riferimento all’ Harvard Study of Adult Development: lo studio più longevo mai condotto sulla felicità.

    Jung chiamava sincronicità la coincidenza significativa di due o più episodi/eventi che non sono legati tra loro da un rapporto di causa-effetto ma da un nesso di senso. Perché parlo di sincronicità? È presto detto: lo studio dell’ Harvard Medical School of Boston citato dal Dott. Mezzanotte, ha rivelato un risultato fondamentale. Alla domanda su cosa ci renda felici, la quasi totalità degli intervistati non ha risposto la ricchezza, la fama o il successo nel lavoro, bensì le relazioni! Sono le relazioni a renderci felici – non qualsiasi tipo di relazione – ma relazioni di qualità.

    Il tema che avevo deciso di approfondire è proprio un aspetto fondante ed imprescindibile delle relazioni interpersonali: la reciprocità. Cosa si intende per reciprocità? Intanto partirò col dire cosa non è. Benché la sua stessa definizione indichi vicendevolezza nello scambio di azioni, beni o emozioni, con un equilibrio nel “dare e ricevere”, nel momento in cui si innesca una dinamica di aspettativa nei confronti dell’altro, che spesso si tramuta in un “mi è dovuto”, non solo in quella relazione non si trova reciprocità, ma la stessa relazione è destinata a venire meno.

    Posta questa dovuta premessa, quand’è allora che una relazione si può dire di qualità? In primis quando mi sento libero/a di esprimere me stesso/a e di mostrarmi per come sono perché non mi sento giudicato/a. E, in secondo luogo, quando c’è ascolto. Quando non sono preso/a solo dalle mie esigenze ma sono sinceramente interessato/a al mondo dell’altro. Credo, onestamente, che saper ascoltare sia un’eccezionale virtù, perché significa sapersi ritirare ed essere capaci di creare uno spazio, un’area psicologica, in cui l’altro – potendosi manifestare in piena libertà – percepisce un riconoscimento di valore, lontano da ogni sorta di etichettamento o maschera sociale. Ed è qui che entra in gioco anche la reciprocità: un darsi-dirsi a vicenda che non utilizza un parametro di quantità, soppesando quanto ho ricevuto rispetto a quanto ho dato, ma che ha soltanto due criteri guida: il piacere e la spontaneità con cui ogni gesto viene compiuto.

    Può nascondersi un’insidia dietro l’angolo! Soprattutto nelle relazioni di lunga data, a prescindere da quale sia il tipo di relazione: sia che si tratti di una relazione tra migliori amici, tra soci, partner o familiari. L’insidia è il dare per scontato! E può assumere diverse forme. Intanto cominciamo a credere – per chissà quale ragione – che l’altro ci sarà sempre, anche se è da un pezzo che non stiamo facendo nulla per alimentare la nostra relazione, che, nel frattempo, è diventata unidirezionale. E poi a volte diventiamo avari: di parole, di esternazioni, di riscontri o risposte nelle comunicazioni importanti.

    Perché accade? Perché siamo convinti che “tanto lui/lei lo sa”, che “tanto non gli/le interessa” e giungiamo a questa conclusione senza esserci presi il tempo per verificare se sia effettivamente così oppure no.

    Lungo il proprio percorso di vita ognuno di noi si ritrova a fare esperienza di fasi trasformative, fasi in cui si lascia alle spalle “versioni precedenti”: vecchie parti di sé che fanno posto ad un nuovo Io. Sono cambi pelle che naturalmente accadono e nella quasi totalità dei casi accadono in modo silenzioso, perché riguardano un processo di introspezione, mentre all’esterno tutto sembra procedere esattamente uguale a prima.

    Cosa ha a che vedere questo con la reciprocità? Tutto.. se pensiamo alle relazioni che più contano per noi. Infatti, smette di esserci un reciproco quando ci rapportiamo all’altro non secondo ciò che man mano egli diviene, ma secondo l’idea che di lui/lei ci siamo fatti e che abbiamo cristallizzato, perdendoci così l’attualità e la novità di quelli che comunque chiamiamo migliore amica; amante; fratello; compagno di viaggio.

    Quando succede questo non stai più incontrando l’altro in modo autentico e l’altro avrà l’impressione di non essere visto e che tu ti stia relazionando con qualcuno che non esiste più!

    Hegel diceva: “Il noto è sconosciuto”, intendendo che le cose che diamo maggiormente per scontate nella vita quotidiana, sono quelle che comprendiamo meno. L’abitudine crea cecità. Quando crediamo di conoscere è proprio lì che smettiamo di vedere.

    Allora come si fa per evitare tutto questo? Bisogna imparare a guardare con occhi vergini, ogni giorno e, ahimè non basta capirlo razionalmente per essere capaci di incarnarlo. È un allenamento costante a conoscere di nuovo tutto ciò che abbiamo già visto più volte e che crediamo non possa svelarci più nulla, senza affrettarci a catalogarlo e ad archiviarlo nel cassetto dell’ “ormai questa cosa la so” o “so benissimo lui/lei chi è”.

    Lasciarsi meravigliare mantenendo l’entusiasmo primo che ci ha fatto innamorare di qualcosa o qualcuno; entrare in ogni singola esperienza scevri da memorie pregresse, è una delle peculiarità che ci rende umani, distinguendoci da una macchina che – al contrario – incessantemente ripete programmi automatici.

    Inoltre, proprio perché nulla rimane immutato, guardare con occhi vergini ci dà la possibilità di mettere in atto una verifica – di volta in volta – di tutto ciò che impattiamo e di chi incontriamo, purché riusciamo a dare ascolto a quello che le nostre sensazioni ci suggeriscono piuttosto che farci guidare da un’immagine mentale precostituita.

    Qual è quindi l’esercizio? Dare precedenza alla percezione diretta del corpo – che vive costantemente nel qui ed ora – non permettendo di farci anticipare dalla mente, la quale, invece, è piena di condizionamenti passati e giudizi e che, spesso, proietta delle illusioni.

    C’è un ultimo passaggio su cui mi preme soffermarmi, che è quello poi su cui si impernia ogni relazione di valore: la fiducia. Caposaldo nei rapporti umani, la fiducia è quel fattore che ci fa avvertire di poter condividere con l’altro ogni nostra vulnerabilità, senza imbarazzi o inibizioni, perché sentiamo di muoverci in una zona franca, di essere approdati in un porto sicuro.

    E come si fa a mantenerla viva? Senza dubbio, attraverso la coerenza: che non si può simulare; che non sta dentro un concetto e che non può essere intermittente. Spesso viene confusa con il non dover mai cambiare idea, mentre coerenza è “semplicemente” agire in linea con il proprio Sé più autentico.

    Siamo coerenti nelle relazioni per noi più importanti quando manteniamo le promesse fatte; quando non siamo mancanti; quando non raccontiamo sciocche e inutili bugie; quando non veniamo meno alla parola data.

    Infine, c’è l’aspetto più potente di tutti – a mio modo di vedere – quello che definirei quasi regale: la coerenza tra ciò che si dice e i propri comportamenti. In base alle neuroscienze, quando il linguaggio non è coerente con l’esperienza concreta, la mente riduce automaticamente il livello di affidabilità attribuito a quella fonte.

    Questa perdita di credibilità non solo influenza la qualità della relazione, ma avrà un impatto su tutto ciò che verrà detto dopo. Se la discrepanza tra quanto si dice e il proprio modo di agire sistematicamente si ripete, ne va da sé che la fiducia verrà spezzata e, da lì in poi, sarà difficilissimo ricostruirla.

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    C’è un punto di snodo che fa da propulsore per la creazione di relazioni che diano gratificazione: farsi causa, partire da sé per poi arrivare all’altro. Che vuol dire?

    A volte, seppure in modo inconsapevole, siamo sabotatori di noi stessi. Nei confronti degli altri ci creiamo aspettative, avanziamo pretese, le stesse che – inevitabilmente – producono insoddisfazione e dentro cui rimaniamo intrappolati come fossimo in una prigione.

    Ci aspettiamo di avere il migliore dei mariti; il socio ideale; la perfetta amica del cuore: ma noi lo siamo per primi? Ci assumiamo la responsabilità di essere co-creatori delle nostre relazioni di valore?

    Il segreto è entrare nella consapevolezza che se voglio avere devo prima essere. Essere all’altezza di un rapporto di qualità che intendo costruire; essere esempio di quella intelligenza che voglio sperimentare in ogni mio incontro.

    Ora, sarò estremamente onesta con voi. Il farsi causa; il farsi trovare sempre pronti all’appuntamento, dà garanzie? Terrà lontane le delusioni? Schiverà momenti di tristezza? Eviterà che arrivino giorni in cui la solitudine farà sentire il suo sapore agro-dolce? Toglierà dall’inquietudine di aver perso qualche amico per strada? No!! Niente di tutto questo!

    Eppure, nonostante la totale assenza di qualsiasi tipo di certezza, vi dico – per esperienza vissuta – che una delle conquiste più preziose che si possa ottenere, è arrivare alla presa di coscienza che si può garantire solo per uno: e quell’uno è se stessi. Ed è proprio questa assunzione massima di responsabilità che permette di creare attorno a sé un mondo come più si desidera: in cui portare la propria luce; in cui fare presenza; in cui riverberare l’autonomia raggiunta; in cui emanare una frequenza di pura autenticità.

    articolo scritto da:

    Giusy Aragona aka Molly

    tutte le immagini inserite negli articoli sono tratte dal web e hanno licenza commerciale libera

     

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  • MICROSCOPIO VS TELESCOPIO: DUE DIVERSI MODI DI GUARDARE LE COSE

    MICROSCOPIO VS TELESCOPIO: DUE DIVERSI MODI DI GUARDARE LE COSE

    MICROSCOPIO VS TELESCOPIO: DUE DIVERSI MODI DI GUARDARE LE COSE

    L’articolo di oggi trae spunto da una storia che ho letto di recente e che mi ha molto colpita.
    Si tratta della storia di Simone Veil: figura chiave dell’integrazione europea e dei diritti delle donne. Una donna carismatica, che ha attraversato la sua epoca diffondendo un messaggio umanista, a dispetto degli orrori dell’Olocausto vissuti direttamente sulla sua pelle.

    Nel marzo del 1944 fu deportata ad Auschwitz, marchiata con il numero 78651. Una ragazza ebrea che amava studiare e che sognava l’università. Quella mattina sostenne una prova dell’esame di maturità. Lo stesso pomeriggio, la Gestapo la arrestò. Aveva soltanto 16 anni. Perse parte della sua famiglia. Malgrado i lavori forzati, la fame e le condizioni disumane, riuscì a sopravvivere ai campi di concentramento e a ritornare a casa. Riprese gli studi. Si laureò in giurisprudenza e scienze politiche: intraprese la carriera di magistrato ed entrò nelle istituzioni. Divenuta ministra della sanità della Francia, nel 1975 fece approvare la legge sull’aborto, per cui ricevette violenti insulti ed attacchi. Profondamente animata dalla dedizione alla giustizia per via delle sue esperienze di guerra, nel ’79 divenne la prima donna eletta presidente del Parlamento europeo, promuovendo la riconciliazione europea e il rafforzamento dei diritti umani.

    Leggere degli avvenimenti eccezionali che hanno caratterizzato la vita di Simone Veil ha sicuramente suscitato in me grande stima e ammirazione, tuttavia ciò che ho brevemente narrato non ha lo scopo di vestirsi da elogio al femminismo, né, tantomeno, questo vuole essere un post di stampo politico. Cosa, allora, vuole mettere a banco? Un interrogativo, diretto, forse pungente, che sottopongo a voi nell’identica maniera in cui si è affacciato nella mia mente: quanta oggettività c’è nel percepire come insormontabili gli ostacoli che ognuno di noi incontra lungo il proprio cammino, tanto da rimanerne talvolta sopraffatti?

    Due premesse importanti prima di procedere: la mia intenzione non è quella di sminuire la gravità di certi accadimenti (lutti, perdite, incidenti, fallimenti), né il dolore che ne consegue. Trovo, al contrario, per esperienza vissuta, che il dolore sia una benedizione se lo si sa “strumentalizzare” in funzione della propria crescita; se lo si affronta rimanendo vigili, osservatori attenti, pronti a cogliere cosa è possibile imparare da esso.

    Seconda premessa: non ho mai amato i discorsi semplicistici e non voglio banalizzare l’argomento sostenendo che tutto è relativo, ciò nonostante c’è del vero in questo modo di dire.

    Di fatto ogni evento che impattiamo, che sembra a volte ci sbatta addosso, lo elaboriamo in base a dei filtri, degli schemi mentali e delle credenze che abbiamo sviluppato nel tempo e che – per di più – non sono nostri, sono acquisiti, sono indotti. Da dove provengono? Dall’habitat in cui siamo cresciuti, dall’educazione che ci è stata impartita, dai contesti che più abbiamo frequentato. L’insieme dei riferimenti passati ci dà una sorta di orientamento nel modo in cui approcciamo le cose.

    E allora c’è da chiedersi: come rispondo alle cose che mi capitano? Seguendo la mia reale natura, attingendo quindi a originalità e creatività che mi appartengono o in base a dei condizionamenti, a dei meccanismi automatici appresi per ripetizione?

    Durante uno dei primi corsi di formazione a cui partecipai, circa vent’anni fa, ascoltai una frase che in quel momento mi impressionò parecchio. Non è tanto quello che ti succede che ti fa la differenza, ma è come tu rispondi a ciò che ti succede che cambia tutto. Ne rimasi affascinata. Non ero abituata a pensare di poter guidare la mia mente e, ancor di meno, a considerare che potesse esistere la possibilità di ricorrere alla fonte di infinite risorse che dentro ogni essere umano risiede.

    Mi rendo conto che in prima battuta questa potrebbe sembrare una bellissima teoria dalla misteriosa applicazione. In verità, l’unica domanda da porsi è: “tecnicamente, come faccio?”

    È chiaro che non è sufficiente schioccare le dita per modificare e/o smantellare strutture di pensieri inefficaci che si sono consolidate nel tempo. Per muovere i primi passi in un percorso di autoconsapevolezza, bisogna intanto decidere chi si vuole essere. Scegliere se subire le circostanze o assumersi la piena responsabilità della propria vita. Non si tratta più, quindi, di adattarsi all’ambiente, ma di cambiare internamente. È come attivare un superpotere che, ovviamente, va costantemente allenato.

    Stephen Covey, nel suo libro Le sette regole per avere successo, dedica un intero capitolo a quelle che in gergo tecnico sono chiamate sfera di coinvolgimento e sfera d’influenza.

    Qual è la differenza tra le due? Ci accorgiamo di trovarci nella sfera di coinvolgimento ogni volta che ci lasciamo coinvolgere, appunto, da tutte quelle situazioni che sostanzialmente sono fuori dal nostro controllo; che non possiamo modificare in alcun modo. È una modalità stimolo-risposta con cui reagiamo agli eventi, che non solo non è efficace, ma comporta un enorme dispendio energetico. Essenzialmente, equivale a consegnare il proprio clima emotivo in mano a qualsiasi tipo di variabile esterna.

    Di contro, muoversi nella sfera d’influenza implica non farsi guidare dall’esterno. Implica non puntare il dito contro gli altri o contro il destino; non avercela col mondo perché non si confà ai nostri desiderata, bensì concentrarsi sull’unica cosa realmente in nostra disponibilità: la possibilità di diventare più consapevoli, di comprendere meglio, di conquistare – passo dopo passo – livelli di coscienza più espansa.

    Si può fare pratica di questo tutti i giorni: nell’ambiente di lavoro; in famiglia; nelle relazioni più care. Prima di lasciarsi sovrastare dalle emozioni c’è da fermarsi un attimo e chiedersi: “come posso influenzare quello che mi sta capitando?”, oppure: “come posso migliorare con un atteggiamento costruttivo la situazione in cui mi trovo?”, o ancora: “cosa posso apprendere da questa esperienza?”. Certo ci vuole focus, ci vuole impegno e la volontà di non rinunciare a sé.

    A volte lungo il cammino si può incespicare, si può cadere, si può dubitare. Cosa faccio io quando mi accade? Mi prendo del tempo per far rallentare i pensieri, per far placare il turbinio interno e per riappropriarmi della capacità di osservare in modo atarassico. Infine, per rimettere tutto nella giusta prospettiva, mi servo di una metafora di cui anni fa mi parlò un saggio e che mi è tornata utile in diverse occasioni. Ci sono due opzioni: ogni cosa puoi guardarla attraverso un microscopio – ingigantendo ciò che ad occhio nudo neanche si coglierebbe – oppure attraverso un telescopio – aumentando l’angolo di visuale e permettendoti di scorgere, nella totalità del panorama, particolari che altrimenti avresti perso.

    Per quanta fatica potesse costare, mi sono sempre, comunque, ritrovata a scegliere la seconda e, puntualmente, ne ho tratto vantaggio.

    articolo scritto da:

    Giusy Aragona aka Molly

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  • DECISIONE O INELUTTABILITA’?

    DECISIONE O INELUTTABILITA’?

    DECISIONE O INELUTTABILITA’?

    C’è stato un tempo – ormai lontanissimo – in cui vivevo in una condizione di costante attesa, solo spettatrice della mia esistenza, mai protagonista. Guardavo scorrere sequenze di quotidianità che, però, mi pareva avessero per me un accesso invalicabile. Per chissà quale assurda ragione, giudicavo di non esserne all’altezza.

    La sensazione era quella di stare perennemente sul ciglio di una strada: pronta ad allungare una gamba per fare il primo passo. Aspettando il momento giusto, la circostanza più propizia, la compagnia migliore, lo stato d’animo adeguato. E intanto il tempo scorreva e i miei muscoli si atrofizzavano, trasformandomi in una statua, vivente, ma pur sempre immobile. Non scegliere era diventata la scelta.

    Noia e paura erano le compagne sgradite e comunque onnipresenti delle mie giornate. Anni dopo si sono rivelate per ciò che realmente erano: degli effetti e non delle cause. Dei segnali. Che indicavano cosa? Istanze di conoscenza, esplorazione, realizzazione che premevano per essere ascoltate e che io, invece, avevo tenuto a lungo soffocate.

    All’epoca l’unica cosa che avevo chiara era ciò da cui mi volevo allontanare ma, brancolavo nel buio rispetto a ciò verso cui mi volevo dirigere.

    La vita è arguta negli scenari che predispone: ti mette di fronte alla verità, tuo malgrado. Cadute propizie, accadimenti dolorosi, di quelli che lasciano storditi e pieni di interrogativi. Qualcuno li definisce “chiamate”. Io ne ho vissuta più di una in un tempo piuttosto ravvicinato.. fino a che non è arrivata quella che mi ha fatto sprofondare nel baratro. Ricordo ancora in modo vivido le sensazioni fisiche provate: era come se le gambe poggiassero su un pavimento liquido, mi sembrava di cedere e cadere ad ogni passo. Certezze che credevo fossero incrollabili, in un istante, erano penosamente franate, mostrandosi per ciò che erano in sostanza: niente più che un pugno di effimere illusioni.

    Di fronte ad una crisi di coscienza così radicale, l’àncora di salvezza è stata mettere a fuoco un primo importante obiettivo: io volevo stare bene! Volevo essere felice, pienamente felice, senza se e senza ma. E in quella direzione ho cominciato a muovere i primi passi. Inizialmente ho imboccato qualche strada senza uscita, ma pure nei momenti di sconforto, una domanda ha continuato ad accompagnarmi: come? Come far cambiare le cose? Come dare una reale svolta alla mia vita? Come prendere le redini della mia esistenza in mano? Come imparare a realizzarmi e ad essere felice?

    Quell’interrogativo assillante eppure salvifico, ha fatto da ponte di collegamento tra l’archetipo del Cercatore che mi guidava e ciò che ho poi incontrato: un fondamentale punto di riferimento, un maestro. Una figura che è stata per me non solo ispirazione, ma funzione: facendo da specchio a virtù e potenzialità che io nemmeno immaginavo di avere.

    Ho iniziato un’attività di formazione e di studio che non era solo conoscitiva, bensì strettamente connessa ad un percorso introspettivo profondo e, soprattutto, alla messa in pratica, al fare esperienza – ogni giorno, in ogni singola azione posta – di tutto quello che avevo scoperto ed imparato di me.

    Mi preme, a questo punto, prima di andare avanti, precisare perché sto raccontando tutto questo. Non si tratta di certo di un racconto autocelebrativo, piuttosto la mia vuole essere una condivisione. Ho scelto di aprire questo spazio di intimità in linea con uno degli intenti principali del blog: raggiungere più persone possibili. E non solo. Quando mi è arrivata l’intuizione di creare La Bottega di Molly, mi è piaciuto immaginarla come un luogo di incontro, seppure virtuale, in cui ogni lettore che vi fosse approdato avesse la possibilità di immedesimarsi, di riconoscersi in un vissuto, di trarre magari ispirazione o semplicemente di essere provocato attraverso uno spunto critico.

    Allora mi rivolgo proprio a te che stai leggendo queste righe in questo momento. Se a volte può esserti capitato di non sentire una piena soddisfazione; di avvertire noia o addirittura apatia; di vivere un malcontento generale anche se non sapevi da cosa scaturisse; non lo normalizzare! Non credere ai pensieri depotenzianti che dicono che tanto tu non sei l’unico a cui succede. Non ti lasciare incantare da quella vocetta nella testa che ti dice: “cosa vuoi che sia! Non ci pensare! Domani si vedrà”. Non sentirti in colpa perché: “ho già così tanto, cosa pretendo di più”.

    L’insofferenza, l’inquietudine, seppure celate tra le infinite to do list e le routine quotidiane, tanto da rendersi a volte irriconoscibili, possono rappresentare un passe-partout nel momento in cui si sceglie di non farsi piegare dall’indolenza ma, di scavare a fondo dando loro ascolto. Possono diventare la via per scoprire potenze di te inimmaginabili. E non c’è nulla di più auspicabile di questo! Perché quando una forza sconosciuta, custodita nei più reconditi spazi dell’anima si risveglia, sembra che non ci sia più nulla da fare.. se non assecondare il suo impeto e la sua pervicacia. È come un’epifania; una nuova nascita. Non stai lì a fare calcoli, a pensare a tornaconti o strategie; non fai valutazioni di convenienza o meno.

    Una volta caduto il velo di Maya, una volta che tutta l’energia prima trattenuta è esplosa, riversandosi nel fare creativo, progettuale, domina un’unica volontà: quella di non accettare neppure un granello di meno della tua massima possibilità di esistenza. Ed è quella volontà a guidare tenacemente ogni scelta. Aldilà di qualsiasi rischio, incurante di qualsiasi tipo di certezza. Controvento, sempre. Pronta a pagare qualsiasi prezzo perché ogni decisione presa tramuta in realtà, un pezzetto alla volta, quel sogno tenuto segreto per troppo tempo e solo sussurrato alla coscienza.

    Qual è il sogno di cui parlo? Quello che gli antichi greci chiamavano daimon: un genio personale che stimola l’individuo a esprimere i propri talenti e la propria unicità. Potremmo chiamarlo vocazione, ciò a cui siamo chiamati. Qualche tempo fa ho scoperto che i giapponesi lo chiamano il messaggio dell’imperatore. Ma aldilà del nome che gli si voglia attribuire, l’impresa ardua e al contempo sublime è realizzarlo. Realizzare il proprio daimon. Come si fa? Non ci sono libretti d’istruzioni da seguire. Ancora una volta mi rifaccio agli antichi, saggi, greci: conosci te stesso è l’essenziale punto di partenza. È un po’ come tornare all’origine: prima di ogni condizionamento sociale, prima di qualsiasi forma di stereotipo.

    Lo psicologo James Hillman, riprendendo il mito di Er narrato da Platone nella Repubblica, ha formulato la Teoria della Ghianda, sostenendo che tutti, presto o tardi, abbiamo avuto la sensazione che qualcosa ci chiamasse a percorrere una certa strada e che ogni individuo porti dentro di sé un’immagine innata e unica che definisce il suo potenziale e la sua vocazione, proprio come una ghianda contiene in sé la quercia.
    Scoprire la propria destinazione e poi perseguirla, in un viaggio per ognuno unico e irripetibile, credo che sia la più grande opera che si possa compiere per se stessi. L’imprescindibile progetto che riempie di senso ogni cosa.

    articolo scritto da:

    Giusy Aragona aka Molly

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  • AUTONOMIA, CHE CONQUISTA!

    AUTONOMIA, CHE CONQUISTA!

    AUTONOMIA, CHE CONQUISTA!

    CONDIVIDERE: l’etimologia di questo – a mio avviso – bellissimo verbo deriva dal latino CUM (insieme) e DIVIDERE (dividere/spartire). Il prefisso “con” indica unione, compagnia o contemporaneità, facendo riferimento all’atto di spartire una risorsa, un bene, un’informazione o un’esperienza con altre persone.

    É quest’ultima l’accezione da cui prende le mosse il post di oggi. Quando proviamo una grande gioia; ogni volta che ci accade qualcosa di bello (un traguardo raggiunto; un obiettivo realizzato); quando diamo avvio a un nuovo progetto o ad una nuova attività, sentiamo la voglia irrefrenabile di condividere quell’esperienza con le persone che più contano per noi. É un slancio naturale. Un istinto innato. Vogliamo partecipare l’altro della nostra felicità. Ci può essere chi avverte di più questa istanza e chi, magari, un po’ di meno, ma accomuna tutti. “Nessun uomo è un’isola”, come scrisse il poeta inglese John Donne.

    Ma come mai, in certi momenti in particolare, sentiamo questo forte impeto di condivisione? Perché oltre al piacere di festeggiare un trionfo – qualunque sia la sua natura – con il migliore amico, con un compagno, con una sorella o un fratello, esso rimanda alla dimensione di sentirci importanti. Ed è altresì importante per noi ricevere un feedback, avere una reazione, un riscontro. E non ci interessa che questi arrivino dal vicino di casa o dal conoscente incontrato in fila all’ufficio postale, ma diventa assolutamente rilevante che arrivino da coloro che più amiamo.

    Fin qui nulla di male. Ma quante volte può essere capitato di varcare il confine e di passare dal genuino amore per le relazioni a noi più care alla dipendenza affettiva? É una linea sottile, a volte impercettibile. Allora come si fa a coglierla?

    É sufficiente osservare il parametro più evidente: lo stato d’animo! Sono alle stelle o avvolto dalla malinconia in base al fatto che dalla persona(e) più importante(i) e significativa(e) per me, sia arrivato o meno il feedback che volevo. Ecco che quello che in origine era nato come piacere, si è trasformato repentinamente in un condizionamento.

    La sana voglia di condivisione – se viziata dall’aspettativa della reazione dell’altro – in un attimo diventa bisogno dell’approvazione altrui.
    Il bisogno dell’altrui approvazione affonda le sue radici nella nostra infanzia, quando ricerchiamo avidamente sicurezza, attenzioni e amore assoluto. “Sei stato bravo(a)!”, “così va bene!” ed espressioni simili, sono frasi che da piccoli ci fanno sentire riconosciuti, apprezzati. Ci danno una sensazione di certezza sul mondo. E quando capita di non sentircele dire così di frequente, ne andiamo ancora più a caccia, disposti a conformarci e a comportarci come il miglior bambino(a) del mondo per corrispondere alle aspettative di mamma e papà.

    Solo che poi che succede? Cresciamo, diventiamo adulti e – senza neanche rendercene conto – mettiamo in atto dei comportamenti acquisiti, quando eravamo molto piccoli, come strategie di sopravvivenza e di adattamento.

    Qualcuno tra i lettori in questo momento potrebbe pensare: “io sento di aver superato il bisogno dell’approvazione altrui”, oppure: “a me non capita”, o ancora: “io non mi lascio condizionare dalle opinioni degli altri”.

    E nella maggior parte dei casi è così! Soprattutto lì dove ci si è impegnati nel tempo a sviluppare una solida autostima, costruendola sui riferimenti positivi collezionati durante il proprio percorso di vita. Eppure la fiducia e la sicurezza in se stessi non sempre sono garanzia di una piena autonomia emotiva.

    Provate a ripensare all’ultima volta che un pensiero negativo – come una nuvola passeggera – ha attraversato la vostra mente. Un pensiero all’apparenza innocuo, a cui non avete dato peso.. che però, guarda caso, si è fatto strada subito dopo aver controllato il telefono, aver notato che proprio quell’sms così pregno di significato, inviato ad una persona per voi particolarmente importante, era stato “visualizzato” ma era rimasto senza risposta per giorni.

    Ipotizziamo che quel messaggio l’abbiate mandato per condividere una bella notizia: l’approvazione di una borsa di studio attesa da tempo; l’intuizione legata all’avvio di una vostra attività; la pubblicazione di un libro; la vittoria in una gara sportiva. Qualsiasi sia stato l’evento in questione, sicuramente eravate entusiasti, carichi di adrenalina, orgogliosi di ciò che avevate ottenuto e mentre da una parte, godevate della contentezza che vi pervadeva, dall’altra, quella risposta che tardava ad arrivare, in qualche modo, incrinava la vostra sicurezza. Latente, inconscio, si generava un certo turbamento. Proprio mentre stavate vivendo quella che la psicologia Umanistica – detta anche “Terza Forza” – definisce Peak experience. Proprio quando eravate convinti di essere completamente svincolati dal bisogno dell’approvazione altrui.

    Cos’è, quindi, che accade? Cos’è che un giorno ci fa sentire dei leoni: invincibili, forti, sicuri, e il giorno dopo ci fa vacillare? Cos’è che un momento ci fa sentire che siamo ok e solo un attimo dopo ci fa dubitare di noi stessi, senza nessun palese e giustificato motivo?

    Sono le narrazioni che si generano nel nostro cervello, le quali non solo creano scenari fantasiosi sulle possibili motivazioni per cui l’altro non ha risposto al famoso sms, ma, purtroppo, producono messaggi depotenzianti che indirizziamo a noi stessi.

    È come se imbastissimo una sorta di postulato che mette insieme tre fattori: importanza, valore, identità. In che termini? Il semplice fatto di non aver ricevuto un feedback, ci fa presumere di non essere abbastanza importanti per l’altro. Arriviamo a dubitare del nostro stesso valore o del valore di ciò che abbiamo realizzato.

    Questo però è un causa-effetto che poniamo noi e che non ha alcun fondamento logico-razionale. Deriva da esperienze infantili in cui abbiamo ricevuto da parte dei nostri genitori, dei messaggi di disattenzione, disinteresse o mancanza di riconoscimento. Messaggi – verbali e non verbali – che si sono sedimentati e che, una volta adulti, ripetiamo inconsapevolmente a noi stessi.

    Accade in maniera velocissima. In frazioni di secondo, si attivano dei meccanismi di risposta – appunto inconsapevoli – che scattano come degli automatismi. L’ultimo tassello di questo balordo effetto domino è il sentire scricchiolare la propria identità.

    E allora cosa fare? Sicuramente non c’è da puntare il dito alla ricerca di capri espiatori, né tantomeno, affidarsi all’ipnosi regressiva.

    Si tratta, piuttosto, di osservarsi, senza giudizio. Imparare a discernere quali sono le esperienze, i sentimenti, le rappresentazioni, che procurano soddisfazione, da quelle che, invece, lasciano come effetto una sensazione di costrizione, di limite.

    Conosci te stesso”: l’esortazione incisa nel tempio di Apollo a Delfi, assunta da Socrate come principio cardine della sua filosofia, è la chiave di volta.

    Un passo importante può essere concentrarsi sulla costruzione di tutto ciò che ci appaga – piaceri, passioni, progetti –che ci fanno sentire in connessione con il nostro vero Sé.

    Quando si fa un’attività su se stessi, mettendosi nella condizione di diventare un pieno – un po’ come un calice ricolmo di ottimo vino – una delle conseguenze naturali è il miglioramento della qualità delle relazioni.

    Quando si smette di cercare approvazione, si riprende pieno possesso della propria autonomia, del proprio carisma. Non si è più disposti ad abbandonare il proprio stato d’animo alla mercé degli eventi.

    È un ampliamento di coscienza, da cui scaturisce la capacità di influenzare positivamente tutto ciò che si impatta.

    articolo scritto da:

    Giusy Aragona aka Molly

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  • IL POTERE DELLE PICCOLE COSE

    IL POTERE DELLE PICCOLE COSE

    IL POTERE DELLE PICCOLE COSE

    Che differenza passa tra quelle che, comunemente, vengono indicate come piccole cose e quelle che, invece, sono riconosciute come grandi cose? E, di fatto, esiste una reale, sostanziale differenza?

    Credo che, in prima battuta, sia necessario chiarirsi su cosa si intenda quando si utilizzano entrambi questi concetti. Nelle occasioni in cui si parla di grandi cose, spesso, queste sono intese secondo due diverse accezioni. La prima è quella che fa riferimento alle grandi imprese, agli atti eroici, ai gesti eclatanti. La seconda, invece, qualifica le grandi cose come quelle più meritevoli di riconoscimento e valevoli dell’attribuzione di importanza e dignità. Come se fosse la “grandezza” – o presunta tale – di una certa azione, rispetto ad un’altra, a determinarne l’intrinseco valore.

    In virtù di tale categorizzazione, dunque, che posto occupano le piccole cose? E qual è il parametro che le misura come tali? Sono i luoghi comuni – ahimè troppo di frequente – a farla da padrone. Gli stessi di cui sono farciti anche il nostro modo di parlare e le nostre conversazioni quotidiane. In modo maldestro e – a tratti superficiale – si sfornano massime e suggerimenti di vita che rimandano all’idea dell’accontentarsi; di godere del “poco”. Una sorta di principio della scarsità a cui guardare con benevolenza. La sdoganata abitudine, amplificata dall’era post pandemica e dal boom dei social, di dispensare consigli non richiesti, camuffati da saggezza pret a porter, ha anche divulgato – in modo allegramente inconsapevole – una riduzione in termini qualitativi del concetto di piccole cose.

    Il linguaggio, come insieme di codici che funge da veicolo per la comunicazione tra gli individui, se non adeguatamente adoperato, porta con sé il pericolo di svuotare di significato, o implicitamente di squalificare, qualsiasi termine o espressione e, di conseguenza, le idee di cui essi sono rappresentativi.

    È da tale riflessione che scaturisce questo post. Nondimeno dal piacere di condividere con voi cosa sono state per me, lungo il mio percorso di crescita, e cosa sono tuttora, queste spesso male interpretate piccole cose. Consapevole che, molto probabilmente, tanti tra coloro che leggeranno queste righe, avranno modo di rispecchiarsi, rintracciando – attraverso il mio racconto – esperienze comuni di vita.

    Ognuno persegue differenti scopi a seconda delle proprie inclinazioni, attitudini, ambizione, vocazione, talento. Credo però che ci sia qualcosa che tutti accomuna e a cui tutti anelano: la felicità. E’ così che è iniziato il mio viaggio: con l’obiettivo di essere felice!

    A riguardo avevo le idee ben chiare: non si trattava di inseguire quel genere di contentezza che si rivela puntualmente fugace; quegli attimi di adrenalina in cui sembrano scoppiare i fuochi d’artificio, che si caratterizzano tanto per la loro intensità, quanto al tempo stesso, per la loro brevità. Io volevo quella che da sempre mi piace chiamare felicità a prescindere.. A prescindere perché non dipendente da niente e da nessuno.. uno stato dell’Essere in costante pienezza. Utopia?? All’apparenza sì.. ma sin da subito l’ho creduto possibile.. e mi sono adoperata per renderlo reale.

    Ho cominciato con un esercizio semplice: al termine di ogni giornata segnavo sul calendario oppure no, a seconda di come avevo saputo guidare i miei stati d’animo e la mia frequenza energetica. Ben presto ho sostituito quei sì e quei no – che mi evocavano una promozione piuttosto che una bocciatura – con il simbolo del sole, disegnato con un pastello di un acceso color arancio. Al termine del mese facevo una sorta di bilancio: rendendomi consapevole del tempo trascorso nel benessere e di quello, al contrario, che avevo disperso; totalmente alla mercé di pensieri negativi, frustrazioni, rabbia e ingigantimento di dettagli riferiti ad episodi di cui facevo persino fatica a ricordarmi. In gergo tecnico, si tratta semplicemente di dirigere il focus. Divenire osservatori di se stessi. Osservatori.. non giudici!

    Il fare bene me è diventata la mia disciplina! Intesa non come obbligo; rigidità o ripetizione pedissequa di abitudini. La disciplina di cui parlo somiglia molto alla filosofia dei samurai: è entrare pienamente dentro ogni azione compiuta. È la totale dedizione ad ogni qui ed ora che accade. È la massima applicazione, profusa non per aderire ad uno schema predefinito o per raggiungere una perfezione formale, ma perché in ogni atto io risuono con ciò che faccio. Può trattarsi di qualsiasi cosa: di una partita a tennis; di una passeggiata nella natura; di un progetto che voglio realizzare; di un hobby che mi appassiona o di un piatto che mi fa gusto cucinare. Il comune denominatore è il piacere, nel senso lato del termine.

    ll piacere sta nella scelta di fare proprio quella cosa; sta nel benessere che ne ricavo; e, più di tutto, sta nel consapevolizzare che quell’azione non è qualcosa di esterno a me, bensì io sta facendo me attraverso quella cosa.

    Nella frenesia della quotidianità, tra il lavoro, la famiglia, i figli, i tanti impegni e le incombenze da gestire, può succedere di sentirsi sopraffatti e di dimenticarsi di sé. Non c’è da sentirsi in colpa o inadeguati. C’è da fermarsi un attimo e rimettersi centrali.

    Allora ecco che la disciplina del samurai può essere una grande alleata. Quando il tempo a disposizione viene riempito con azioni che producono vantaggio per sé, sembra che il tempo stesso si dilati, che si impreziosisca perché nulla va sprecato. Acquista in valore ed efficacia. Farsi un regalo; dedicarsi alla cura del proprio corpo; vivere un incontro intelligente; lasciare posto alle intuizioni; iniziare un nuovo percorso di studi. E’ possibile vivere tante dimensioni, tutte diverse tra loro: passare dalla sensorialità alla pianificazione; dalla creatività alla progettualità, sapendo che ogni giornata può essere talmente ricca da avere l’impressione che si sia consumata un’intera esistenza.

    Una volta scoperta questa capacità di auto-provvedersi, intesa come capacità – in ogni momento – di ricavare piena soddisfazione dalle cose che si fanno, la conseguenza naturale è vivere un piacere costante. E’ un erotismo della vita che, inevitabilmente, innesca un circolo virtuoso di gratificazione.

    Possono esserci delle fasi altalenanti: a me sono capitate spesso. Cosa ho fatto? Intanto non ho mai mollato il mio esercizio sul calendario! Mi sono rimessa in ascolto di me stessa e sono ripartita dall’attenzione posta in ogni singola azione.. un po’ come le molliche di Pollicino per ritrovare la strada. Per rispondere, dunque, alla provocazione iniziale: secondo questa prospettiva, si coglie un’identità tra piccole e grandi cose. Perché, in verità, non esistono le piccole cose, ma solo le grandi cose.. se si tratta di quelle messe in atto per giungere al meglio di sé. Come dicevano gli antichi greci katametron, secondo misura, ognuno la propria. Al fine ultimo di realizzare l’eudaimonia, la felicità.

    articolo scritto da:

    Giusy Aragona aka Molly

    tutte le immagini inserite negli articoli sono tratte dal web e hanno licenza commerciale libera

     

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  • COS’è LA BOTTEGA DI MOLLY?

    COS’è LA BOTTEGA DI MOLLY?

    COS’è LA BOTTEGA DI MOLLY?

    Questo blog parla di trasformazione.. di che genere?

    La Bottega di Molly è un blog dedicato al tema della crescita personale il cui obiettivo, però, non è quello di informare o divulgare concetti, quanto, piuttosto, quello di fornire delle chiavi di lettura, degli spunti di riflessione – a volte anche provocatori – da poter usare nel quotidiano, per vivere tutti i giorni esperienze che diano piena soddisfazione. A casa propria, sul posto di lavoro, nell’ambito delle relazioni o all’interno della propria azienda.

    DA DOVE NASCE IL NOME?

    Perché La Bottega di Molly? La scelta del nome nasce nel bel mezzo di un confronto intelligente da cui è scaturita un’intuizione e si ispira ad un film che è stato per me – e tuttora lo è – estremamente significativo: The Emporium of Mr Magorium/La Bottega di Mr Magorium.

    Senza spoilerare troppo, per coloro che non lo conoscono e a cui sorgesse la curiosità di andarlo a vedere, il film racconta la storia di un geniale inventore (Mr Magorium) e della sua apprendista (Molly). Nel corso della narrazione – emblematica del fatto che non è sufficiente che qualcuno riconosca il nostro valore se non siamo noi in primis a vederlo e riconoscerlo in noi stessi, ho sentito da subito un rispecchiamento con il personaggio di Molly.

    Ad un certo punto del mio percorso, in un momento di massima ricerca, ho avuto la fortuna di incontrare un maestro. Egli non solo mi ha ispirata, ma mi ha fatto anche da specchio, riconoscendo in me valore e potenzialità che io stessa neanche sospettavo di avere. Eppure è stato soltanto dopo aver intrapreso un viaggio introspettivo importante che per me è iniziato il vero cambiamento. Quando anch’io mi sono vista e ho cominciato a credere in me. Nel film strumento insospettato che aiuterà Molly a scoprire se stessa e la propria “magia” è un cubo di legno donatole proprio da Mr Magorium.

    Credo che sia provvidenziale avere un’occasione; incontrare qualcuno che sappia scorgere “la scintilla” (cit. film), che ci caratterizza e ci rende unici. Ma poi si tratta di scegliere. Sta al senso di responsabilità e alla volontà di ognuno impegnarsi, con costanza e pervicacia, per poter divenire efficaci strumenti di se stessi e della propria vita.

    LA VISIONE DI MOLLY

    Lungo il mio percorso di crescita una tra le cose più preziose che ho imparato è che non si tratta di aggiungere contenuti, nozioni e/o concetti, soprattutto se questi restano inapplicati e fini a se stessi. Quanto di “togliere”: svincolarsi da gabbie mentali e condizionamenti che tutti abbiamo assorbito e acquisito per via della famiglia, dell’educazione ricevuta, dei contesti sociali frequentati e degli insegnamenti cristallizzati – e mai messi in discussione – tramandati di generazione in generazione.

    Svincolarsi, sì , ma a quale scopo? Al fine ultimo di scoprire il proprio vero Sé; un po’ come il processo che serve per liberare il diamante dalla roccia.

    Molto spesso si conoscono i “cosa”, si conoscono le teorie, ma poi non si sa come fare. Come vivere relazioni soddisfacenti e come trascorrere un tempo di qualità. Come dedicarsi ad attività, progetti o business appaganti. In estrema sintesi, come essere felici! La Bottega di Molly si propone di approcciare ogni argomento secondo una prospettiva “trasformatrice”.

    L’intenzione è quella di offrire dei come di cui i lettori possano fare tesoro e che possano sperimentare concretamente in direzione della realizzazione dei propri obiettivi.

    articolo scritto da:

    Giusy Aragona aka Molly

    tutte le immagini inserite negli articoli sono tratte dal web e hanno licenza commerciale libera

     

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  • CHI SONO

    CHI SONO

    CHI SONO

    Ciao! Mi chiamo Giusy Aragona, appassionata di formazione e crescita personale. Ho conseguito una Laurea magistrale in Scienze della Comunicazione presso l’Università degli Studi di Perugia nel 2006 e, anni dopo, una seconda in Scienze Filosofiche presso l’Università Roma Tre.

    Aldilà del piacere per la conoscenza, che ancora coltivo, sono andata sempre caparbiamente alla ricerca dei come, piuttosto che dei cosa. Il mio chiodo fisso era trovare il come per realizzare la mia esistenza ed essere felice.

    Quasi 19 anni fa ho conosciuto e iniziato a frequentare un’Accademia – che tuttora frequento – fondata sul potenziale umano, che mi ha ispirata e di cui mi sono innamorata, basata proprio sull’idea non di trasferire dei cosa, ma con l’obiettivo di far sì che ognuno impari ad attingere da dentro di sé alle infinite risorse disponibili, di cui spesso si ignora persino l’esistenza. Dai vari seminari di Leadership, ai corsi basati sulle più accreditate scuole di psicologia (Gestalt; Analisi Transazionale; Psicologia Umanista; Psicologia Analitica), quello che, di volta in volta, mi sono portata a casa – oltre ad un gigantesco arricchimento – è stato il voler fare esperienza, mettere in pratica ogni giorno tutto ciò che avevo acquisito.

    Sono stata docente formatore in diversi corsi, anche specifici per PMI. Nell’ambito di un innovativo progetto imprenditoriale ho svolto attività di consulenza a 360°: nel mettermi al servizio ed essere funzione per gli altri ho scoperto una vocazione.

    Questo blog ha uno scopo semplice: raggiungere più persone possibili. Lettori che, attraverso ciò che verrà scritto, possano magari trarre ispirazione: per riprendere un obiettivo da tempo prefissato ma mai perseguito; per l’avvio di un nuovo progetto; a cui possa aprirsi un’intuizione e, perché no, accendersi desideri da realizzare che provengono dalla parte più autentica di sé.

    articolo scritto da:

    Giusy Aragona aka Molly

    tutte le immagini inserite negli articoli sono tratte dal web e hanno licenza commerciale libera

     

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