C'è stato un tempo - ormai lontanissimo - in cui vivevo in una condizione di costante attesa, solo spettatrice della mia esistenza, mai protagonista. Guardavo scorrere sequenze di quotidianità che, però, mi pareva avessero per me un accesso invalicabile. Per chissà quale assurda ragione, giudicavo di non esserne all'altezza.
La sensazione era quella di stare perennemente sul ciglio di una strada: pronta ad allungare una gamba per fare il primo passo. Aspettando il momento giusto, la circostanza più propizia, la compagnia migliore, lo stato d'animo adeguato. E intanto il tempo scorreva e i miei muscoli si atrofizzavano, trasformandomi in una statua, vivente, ma pur sempre immobile. Non scegliere era diventata la scelta.
Noia e paura erano le compagne sgradite e comunque onnipresenti delle mie giornate. Anni dopo si sono rivelate per ciò che realmente erano: degli effetti e non delle cause. Dei segnali. Che indicavano cosa? Istanze di conoscenza, esplorazione, realizzazione che premevano per essere ascoltate e che io, invece, avevo tenuto a lungo soffocate.
All'epoca l'unica cosa che avevo chiara era ciò da cui mi volevo allontanare ma, brancolavo nel buio rispetto a ciò verso cui mi volevo dirigere.
La vita è arguta negli scenari che predispone: ti mette di fronte alla verità, tuo malgrado. Cadute propizie, accadimenti dolorosi, di quelli che lasciano storditi e pieni di interrogativi. Qualcuno li definisce "chiamate". Io ne ho vissuta più di una in un tempo piuttosto ravvicinato.. fino a che non è arrivata quella che mi ha fatto sprofondare nel baratro. Ricordo ancora in modo vivido le sensazioni fisiche provate: era come se le gambe poggiassero su un pavimento liquido, mi sembrava di cedere e cadere ad ogni passo. Certezze che credevo fossero incrollabili, in un istante, erano penosamente franate, mostrandosi per ciò che erano in sostanza: niente più che un pugno di effimere illusioni.
Di fronte ad una crisi di coscienza così radicale, l'àncora di salvezza è stata mettere a fuoco un primo importante obiettivo: io volevo stare bene! Volevo essere felice, pienamente felice, senza se e senza ma. E in quella direzione ho cominciato a muovere i primi passi. Inizialmente ho imboccato qualche strada senza uscita, ma pure nei momenti di sconforto, una domanda ha continuato ad accompagnarmi: come? Come far cambiare le cose? Come dare una reale svolta alla mia vita? Come prendere le redini della mia esistenza in mano? Come imparare a realizzarmi e ad essere felice?
Quell'interrogativo assillante eppure salvifico, ha fatto da ponte di collegamento tra l'archetipo del Cercatore che mi guidava e ciò che ho poi incontrato: un fondamentale punto di riferimento, un maestro. Una figura che è stata per me non solo ispirazione, ma funzione: facendo da specchio a virtù e potenzialità che io nemmeno immaginavo di avere.
Ho iniziato un'attività di formazione e di studio che non era solo conoscitiva, bensì strettamente connessa ad un percorso introspettivo profondo e, soprattutto, alla messa in pratica, al fare esperienza - ogni giorno, in ogni singola azione posta - di tutto quello che avevo scoperto ed imparato di me.
Mi preme, a questo punto, prima di andare avanti, precisare perché sto raccontando tutto questo. Non si tratta di certo di un racconto autocelebrativo, piuttosto la mia vuole essere una condivisione. Ho scelto di aprire questo spazio di intimità in linea con uno degli intenti principali del blog: raggiungere più persone possibili. E non solo. Quando mi è arrivata l'intuizione di creare La Bottega di Molly, mi è piaciuto immaginarla come un luogo di incontro, seppure virtuale, in cui ogni lettore che vi fosse approdato avesse la possibilità di immedesimarsi, di riconoscersi in un vissuto, di trarre magari ispirazione o semplicemente di essere provocato attraverso uno spunto critico.
Allora mi rivolgo proprio a te che stai leggendo queste righe in questo momento. Se a volte può esserti capitato di non sentire una piena soddisfazione; di avvertire noia o addirittura apatia; di vivere un malcontento generale anche se non sapevi da cosa scaturisse; non lo normalizzare! Non credere ai pensieri depotenzianti che dicono che tanto tu non sei l'unico a cui succede. Non ti lasciare incantare da quella vocetta nella testa che ti dice: "cosa vuoi che sia! Non ci pensare! Domani si vedrà". Non sentirti in colpa perché: "ho già così tanto, cosa pretendo di più".
L'insofferenza, l'inquietudine, seppure celate tra le infinite to do list e le routine quotidiane, tanto da rendersi a volte irriconoscibili, possono rappresentare un passe-partout nel momento in cui si sceglie di non farsi piegare dall'indolenza ma, di scavare a fondo dando loro ascolto. Possono diventare la via per scoprire potenze di te inimmaginabili. E non c'è nulla di più auspicabile di questo! Perché quando una forza sconosciuta, custodita nei più reconditi spazi dell'anima si risveglia, sembra che non ci sia più nulla da fare.. se non assecondare il suo impeto e la sua pervicacia. È come un'epifania; una nuova nascita. Non stai lì a fare calcoli, a pensare a tornaconti o strategie; non fai valutazioni di convenienza o meno.
Una volta caduto il velo di Maya, una volta che tutta l'energia prima trattenuta è esplosa, riversandosi nel fare creativo, progettuale, domina un'unica volontà: quella di non accettare neppure un granello di meno della tua massima possibilità di esistenza. Ed è quella volontà a guidare tenacemente ogni scelta. Aldilà di qualsiasi rischio, incurante di qualsiasi tipo di certezza. Controvento, sempre. Pronta a pagare qualsiasi prezzo perché ogni decisione presa tramuta in realtà, un pezzetto alla volta, quel sogno tenuto segreto per troppo tempo e solo sussurrato alla coscienza.
Qual è il sogno di cui parlo? Quello che gli antichi greci chiamavano daimon: un genio personale che stimola l'individuo a esprimere i propri talenti e la propria unicità. Potremmo chiamarlo vocazione, ciò a cui siamo chiamati. Qualche tempo fa ho scoperto che i giapponesi lo chiamano il messaggio dell'imperatore. Ma aldilà del nome che gli si voglia attribuire, l'impresa ardua e al contempo sublime è realizzarlo. Realizzare il proprio daimon. Come si fa? Non ci sono libretti d'istruzioni da seguire. Ancora una volta mi rifaccio agli antichi, saggi, greci: conosci te stesso è l'essenziale punto di partenza. È un po' come tornare all'origine: prima di ogni condizionamento sociale, prima di qualsiasi forma di stereotipo.
Lo psicologo James Hillman, riprendendo il mito di Er narrato da Platone nella Repubblica, ha formulato la Teoria della Ghianda, sostenendo che tutti, presto o tardi, abbiamo avuto la sensazione che qualcosa ci chiamasse a percorrere una certa strada e che ogni individuo porti dentro di sé un'immagine innata e unica che definisce il suo potenziale e la sua vocazione, proprio come una ghianda contiene in sé la quercia.
Scoprire la propria destinazione e poi perseguirla, in un viaggio per ognuno unico e irripetibile, credo che sia la più grande opera che si possa compiere per se stessi. L'imprescindibile progetto che riempie di senso ogni cosa.
articolo scritto da:
Giusy Aragona aka Molly
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