CONDIVIDERE: l'etimologia di questo - a mio avviso - bellissimo verbo deriva dal latino CUM (insieme) e DIVIDERE (dividere/spartire). Il prefisso "con" indica unione, compagnia o contemporaneità, facendo riferimento all'atto di spartire una risorsa, un bene, un'informazione o un'esperienza con altre persone.
É quest'ultima l'accezione da cui prende le mosse il post di oggi.
Quando proviamo una grande gioia; ogni volta che ci accade qualcosa di bello (un traguardo raggiunto; un obiettivo realizzato); quando diamo avvio a un nuovo progetto o ad una nuova attività, sentiamo la voglia irrefrenabile di condividere quell'esperienza con le persone che più contano per noi. É un slancio naturale. Un istinto innato. Vogliamo partecipare l'altro della nostra felicità. Ci può essere chi avverte di più questa istanza e chi, magari, un po' di meno, ma accomuna tutti. "Nessun uomo è un'isola", come scrisse il poeta inglese John Donne.
Ma come mai, in certi momenti in particolare, sentiamo questo forte impeto di condivisione? Perché oltre al piacere di festeggiare un trionfo - qualunque sia la sua natura - con il migliore amico, con un compagno, con una sorella o un fratello, esso rimanda alla dimensione di sentirci importanti. Ed è altresì importante per noi ricevere un feedback, avere una reazione, un riscontro. E non ci interessa che questi arrivino dal vicino di casa o dal conoscente incontrato in fila all'ufficio postale, ma diventa assolutamente rilevante che arrivino da coloro che più amiamo.
Fin qui nulla di male. Ma quante volte può essere capitato di varcare il confine e di passare dal genuino amore per le relazioni a noi più care alla dipendenza affettiva? É una linea sottile, a volte impercettibile. Allora come si fa a coglierla?
É sufficiente osservare il parametro più evidente: lo stato d'animo! Sono alle stelle o avvolto dalla malinconia in base al fatto che dalla persona(e) più importante(i) e significativa(e) per me, sia arrivato o meno il feedback che volevo. Ecco che quello che in origine era nato come piacere, si è trasformato repentinamente in un condizionamento.
La sana voglia di condivisione - se viziata dall'aspettativa della reazione dell'altro - in un attimo diventa bisogno dell'approvazione altrui. Il bisogno dell'altrui approvazione affonda le sue radici nella nostra infanzia, quando ricerchiamo avidamente sicurezza, attenzioni e amore assoluto. "Sei stato bravo(a)!", "così va bene!" ed espressioni simili, sono frasi che da piccoli ci fanno sentire riconosciuti, apprezzati. Ci danno una sensazione di certezza sul mondo. E quando capita di non sentircele dire così di frequente, ne andiamo ancora più a caccia, disposti a conformarci e a comportarci come il miglior bambino(a) del mondo per corrispondere alle aspettative di mamma e papà.
Solo che poi che succede? Cresciamo, diventiamo adulti e – senza neanche rendercene conto – mettiamo in atto dei comportamenti acquisiti, quando eravamo molto piccoli, come strategie di sopravvivenza e di adattamento.
Qualcuno tra i lettori in questo momento potrebbe pensare: “io sento di aver superato il bisogno dell’approvazione altrui”, oppure: “a me non capita”, o ancora: “io non mi lascio condizionare dalle opinioni degli altri".
E nella maggior parte dei casi è così! Soprattutto lì dove ci si è impegnati nel tempo a sviluppare una solida autostima, costruendola sui riferimenti positivi collezionati durante il proprio percorso di vita.
Eppure la fiducia e la sicurezza in se stessi non sempre sono garanzia di una piena autonomia emotiva.
Provate a ripensare all’ultima volta che un pensiero negativo – come una nuvola passeggera – ha attraversato la vostra mente. Un pensiero all’apparenza innocuo, a cui non avete dato peso.. che però, guarda caso, si è fatto strada subito dopo aver controllato il telefono, aver notato che proprio quell’sms così pregno di significato, inviato ad una persona per voi particolarmente importante, era stato “visualizzato” ma era rimasto senza risposta per giorni.
Ipotizziamo che quel messaggio l’abbiate mandato per condividere una bella notizia: l’approvazione di una borsa di studio attesa da tempo; l’intuizione legata all’avvio di una vostra attività; la pubblicazione di un libro; la vittoria in una gara sportiva. Qualsiasi sia stato l’evento in questione, sicuramente eravate entusiasti, carichi di adrenalina, orgogliosi di ciò che avevate ottenuto e mentre da una parte, godevate della contentezza che vi pervadeva, dall’altra, quella risposta che tardava ad arrivare, in qualche modo, incrinava la vostra sicurezza. Latente, inconscio, si generava un certo turbamento. Proprio mentre stavate vivendo quella che la psicologia Umanistica – detta anche “Terza Forza” – definisce Peakexperience. Proprio quando eravate convinti di essere completamente svincolati dal bisogno dell’approvazione altrui.
Cos’è, quindi, che accade? Cos’è che un giorno ci fa sentire dei leoni: invincibili, forti, sicuri, e il giorno dopo ci fa vacillare?
Cos’è che un momento ci fa sentire che siamo ok e solo un attimo dopo ci fa dubitare di noi stessi, senza nessun palese e giustificato motivo?
Sono le narrazioni che si generano nel nostro cervello, le quali non solo creano scenari fantasiosi sulle possibili motivazioni per cui l’altro non ha risposto al famoso sms, ma, purtroppo, producono messaggi depotenzianti che indirizziamo a noi stessi.
È come se imbastissimo una sorta di postulato che mette insieme tre fattori: importanza, valore, identità.
In che termini? Il semplice fatto di non aver ricevuto un feedback, ci fa presumere di non essere abbastanza importanti per l’altro. Arriviamo a dubitare del nostro stesso valore o del valore di ciò che abbiamo realizzato.
Questo però è un causa-effetto che poniamo noi e che non ha alcun fondamento logico-razionale.
Deriva da esperienze infantili in cui abbiamo ricevuto da parte dei nostri genitori, dei messaggi di disattenzione, disinteresse o mancanza di riconoscimento. Messaggi – verbali e non verbali – che si sono sedimentati e che, una volta adulti, ripetiamo inconsapevolmente a noi stessi.
Accade in maniera velocissima. In frazioni di secondo, si attivano dei meccanismi di risposta – appunto inconsapevoli – che scattano come degli automatismi. L’ultimo tassello di questo balordo effetto domino è il sentire scricchiolare la propria identità.
E allora cosa fare? Sicuramente non c’è da puntare il dito alla ricerca di capri espiatori, né tantomeno, affidarsi all’ipnosi regressiva.
Si tratta, piuttosto, di osservarsi, senza giudizio. Imparare a discernere quali sono le esperienze, i sentimenti, le rappresentazioni, che procurano soddisfazione, da quelle che, invece, lasciano come effetto una sensazione di costrizione, di limite.
“Conosci te stesso”: l’esortazione incisa nel tempio di Apollo a Delfi, assunta da Socrate come principio cardine della sua filosofia, è la chiave di volta.
Un passo importante può essere concentrarsi sulla costruzione di tutto ciò che ci appaga – piaceri, passioni, progetti –che ci fanno sentire in connessione con il nostro vero Sé.
Quando si fa un’attività su se stessi, mettendosi nella condizione di diventare un pieno – un po’ come un calice ricolmo di ottimo vino – una delle conseguenze naturali è il miglioramento della qualità delle relazioni.
Quando si smette di cercare approvazione, si riprende pieno possesso della propria autonomia, del proprio carisma.
Non si è più disposti ad abbandonare il proprio stato d’animo alla mercé degli eventi.
È un ampliamento di coscienza, da cui scaturisce la capacità di influenzare positivamente tutto ciò che si impatta.
articolo scritto da:
Giusy Aragona aka Molly
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