MICROSCOPIO VS TELESCOPIO: DUE DIVERSI MODI DI GUARDARE LE COSE

L'articolo di oggi trae spunto da una storia che ho letto di recente e che mi ha molto colpita.
Si tratta della storia di Simone Veil: figura chiave dell'integrazione europea e dei diritti delle donne. Una donna carismatica, che ha attraversato la sua epoca diffondendo un messaggio umanista, a dispetto degli orrori dell'Olocausto vissuti direttamente sulla sua pelle.

Nel marzo del 1944 fu deportata ad Auschwitz, marchiata con il numero 78651. Una ragazza ebrea che amava studiare e che sognava l'università. Quella mattina sostenne una prova dell'esame di maturità. Lo stesso pomeriggio, la Gestapo la arrestò. Aveva soltanto 16 anni. Perse parte della sua famiglia. Malgrado i lavori forzati, la fame e le condizioni disumane, riuscì a sopravvivere ai campi di concentramento e a ritornare a casa. Riprese gli studi. Si laureò in giurisprudenza e scienze politiche: intraprese la carriera di magistrato ed entrò nelle istituzioni. Divenuta ministra della sanità della Francia, nel 1975 fece approvare la legge sull'aborto, per cui ricevette violenti insulti ed attacchi. Profondamente animata dalla dedizione alla giustizia per via delle sue esperienze di guerra, nel '79 divenne la prima donna eletta presidente del Parlamento europeo, promuovendo la riconciliazione europea e il rafforzamento dei diritti umani.

Leggere degli avvenimenti eccezionali che hanno caratterizzato la vita di Simone Veil ha sicuramente suscitato in me grande stima e ammirazione, tuttavia ciò che ho brevemente narrato non ha lo scopo di vestirsi da elogio al femminismo, né, tantomeno, questo vuole essere un post di stampo politico. Cosa, allora, vuole mettere a banco? Un interrogativo, diretto, forse pungente, che sottopongo a voi nell'identica maniera in cui si è affacciato nella mia mente: quanta oggettività c'è nel percepire come insormontabili gli ostacoli che ognuno di noi incontra lungo il proprio cammino, tanto da rimanerne talvolta sopraffatti?

Due premesse importanti prima di procedere: la mia intenzione non è quella di sminuire la gravità di certi accadimenti (lutti, perdite, incidenti, fallimenti), né il dolore che ne consegue. Trovo, al contrario, per esperienza vissuta, che il dolore sia una benedizione se lo si sa "strumentalizzare" in funzione della propria crescita; se lo si affronta rimanendo vigili, osservatori attenti, pronti a cogliere cosa è possibile imparare da esso.

Seconda premessa: non ho mai amato i discorsi semplicistici e non voglio banalizzare l'argomento sostenendo che tutto è relativo, ciò nonostante c'è del vero in questo modo di dire.

Di fatto ogni evento che impattiamo, che sembra a volte ci sbatta addosso, lo elaboriamo in base a dei filtri, degli schemi mentali e delle credenze che abbiamo sviluppato nel tempo e che - per di più - non sono nostri, sono acquisiti, sono indotti. Da dove provengono? Dall'habitat in cui siamo cresciuti, dall'educazione che ci è stata impartita, dai contesti che più abbiamo frequentato. L'insieme dei riferimenti passati ci dà una sorta di orientamento nel modo in cui approcciamo le cose.

E allora c'è da chiedersi: come rispondo alle cose che mi capitano? Seguendo la mia reale natura, attingendo quindi a originalità e creatività che mi appartengono o in base a dei condizionamenti, a dei meccanismi automatici appresi per ripetizione?

Durante uno dei primi corsi di formazione a cui partecipai, circa vent'anni fa, ascoltai una frase che in quel momento mi impressionò parecchio. Non è tanto quello che ti succede che ti fa la differenza, ma è come tu rispondi a ciò che ti succede che cambia tutto. Ne rimasi affascinata. Non ero abituata a pensare di poter guidare la mia mente e, ancor di meno, a considerare che potesse esistere la possibilità di ricorrere alla fonte di infinite risorse che dentro ogni essere umano risiede.

Mi rendo conto che in prima battuta questa potrebbe sembrare una bellissima teoria dalla misteriosa applicazione. In verità, l'unica domanda da porsi è: "tecnicamente, come faccio?"

È chiaro che non è sufficiente schioccare le dita per modificare e/o smantellare strutture di pensieri inefficaci che si sono consolidate nel tempo. Per muovere i primi passi in un percorso di autoconsapevolezza, bisogna intanto decidere chi si vuole essere. Scegliere se subire le circostanze o assumersi la piena responsabilità della propria vita. Non si tratta più, quindi, di adattarsi all'ambiente, ma di cambiare internamente. È come attivare un superpotere che, ovviamente, va costantemente allenato.

Stephen Covey, nel suo libro Le sette regole per avere successo, dedica un intero capitolo a quelle che in gergo tecnico sono chiamate sfera di coinvolgimento e sfera d'influenza.

Qual è la differenza tra le due? Ci accorgiamo di trovarci nella sfera di coinvolgimento ogni volta che ci lasciamo coinvolgere, appunto, da tutte quelle situazioni che sostanzialmente sono fuori dal nostro controllo; che non possiamo modificare in alcun modo. È una modalità stimolo-risposta con cui reagiamo agli eventi, che non solo non è efficace, ma comporta un enorme dispendio energetico. Essenzialmente, equivale a consegnare il proprio clima emotivo in mano a qualsiasi tipo di variabile esterna.

Di contro, muoversi nella sfera d'influenza implica non farsi guidare dall'esterno. Implica non puntare il dito contro gli altri o contro il destino; non avercela col mondo perché non si confà ai nostri desiderata, bensì concentrarsi sull'unica cosa realmente in nostra disponibilità: la possibilità di diventare più consapevoli, di comprendere meglio, di conquistare - passo dopo passo - livelli di coscienza più espansa.

Si può fare pratica di questo tutti i giorni: nell'ambiente di lavoro; in famiglia; nelle relazioni più care. Prima di lasciarsi sovrastare dalle emozioni c'è da fermarsi un attimo e chiedersi: "come posso influenzare quello che mi sta capitando?", oppure: "come posso migliorare con un atteggiamento costruttivo la situazione in cui mi trovo?", o ancora: "cosa posso apprendere da questa esperienza?". Certo ci vuole focus, ci vuole impegno e la volontà di non rinunciare a sé.

A volte lungo il cammino si può incespicare, si può cadere, si può dubitare. Cosa faccio io quando mi accade? Mi prendo del tempo per far rallentare i pensieri, per far placare il turbinio interno e per riappropriarmi della capacità di osservare in modo atarassico. Infine, per rimettere tutto nella giusta prospettiva, mi servo di una metafora di cui anni fa mi parlò un saggio e che mi è tornata utile in diverse occasioni. Ci sono due opzioni: ogni cosa puoi guardarla attraverso un microscopio - ingigantendo ciò che ad occhio nudo neanche si coglierebbe - oppure attraverso un telescopio - aumentando l'angolo di visuale e permettendoti di scorgere, nella totalità del panorama, particolari che altrimenti avresti perso.

Per quanta fatica potesse costare, mi sono sempre, comunque, ritrovata a scegliere la seconda e, puntualmente, ne ho tratto vantaggio.

articolo scritto da:

Giusy Aragona aka Molly

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